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Tumore del colon-retto: intervista all’oncologo Carlo Barone

carlo barone oncologoStrategie terapeutiche e prospettive future sono i temi su cui si sono confrontati oggi a Roma i massimi esperti del tumore al colon-retto, aprendo inediti scenari in cui efficacia terapeutica e attenzione alla qualità della vita sono sempre più in sintonia. Pubblichiamo a proposito l’intervista di Pro Format Comunicazione al Professor Carlo Barone (nella foto), docente di Oncologia Medica all’Università del Sacro Cuore di Roma.

Come si caratterizza il tumore del colon-retto e qual è la sua diffusione?
Il cancro del colon retto è un tumore maligno che interessa l’ultimo tratto dell’intestino, l’intestino crasso, dalla valvola ileo-cecale fino alla giunzione tra retto e ano. A seconda delle sezioni interessate dalla neoplasia, il colon propriamente detto o il retto, il cancro del colon-retto implica differenti aspetti clinici e terapeutici. Può insorgere in qualsiasi fascia d’età, con esclusione di quelle più giovani; l’incidenza è dai 40 anni in su, con un picco massimo dopo i 65 anni, ma raramente si possono osservare tumori colo-rettali anche nelle prime decadi di vita e, in questi casi, si tratta in genere di forme genetiche.
È uno dei tumori più frequenti nel mondo occidentale: globalmente è la quarta causa di cancro in assoluto, ma diventa la seconda nel sesso maschile e la terza in quello femminile, considerati separatamente.
I nuovi casi nel mondo sono circa 1 milione l’anno e più di 250.000 solo in Europa. In Italia, gli ultimi dati del 2005 indicano un’incidenza di circa 40.000 casi ogni anno.
Per ciò che attiene alla sopravvivenza globale, la neoplasia ha una buona percentuale di sopravvivenza a 5 anni, intorno al 60%; tuttavia, considerata l’incidenza così elevata, il cancro del colon-retto rimane tra le prime quattro cause di morte per tumore al mondo. Per le forme metastatiche la sopravvivenza è purtroppo molto più bassa e solo il 5% circa arriva ai 5 anni.

Quali sono i principali sintomi della malattia?
Il cancro del colon è una patologia in cui frequentemente la diagnosi è tardiva: si stima che il ritardo diagnostico medio sia intorno a sei mesi. I sintomi più comuni di questa neoplasia non sono specifici se considerati separatamente e vanno quindi interpretati nell’ambito generale del quadro clinico del paziente.
I sintomi prevalenti variano a seconda della localizzazione: nei tumori del colon di sinistra sono il sangue nelle feci e i dolori addominali di tipo colico, che si risolvono con l’evacuazione o con l’emissione di aria e che indicano un restringimento dell’organo, che può progredire sino a un quadro di occlusione intestinale; nei tumori del retto, oltre a questi sintomi, si può manifestare un’alterazione della forma delle feci, che possono assumere aspetto nastriforme o di tipo caprino e una sensazione di incompleto svuotamento del retto, associato o meno a dolore alla defecazione.
Per quanto riguarda i tumori del colon destro, la sintomatologia è più subdola perché la perdita di sangue in genere è cronica, spesso non visibile nelle feci; inoltre, la sintomatologia dolorosa è più sfumata e può esserci diarrea o emissione di abbondanti quantità di muco, a volte misto a sangue. Un sintomo rilevatore può essere la presenza di anemia causata dalla perdita cronica di sangue: in una persona di circa 60 anni con anemia il cancro del colon è una delle ipotesi diagnostiche più probabili.

E i potenziali fattori di rischio?
A tutt’oggi, non vi sono studi clinici inequivocabili, perché sarebbero difficili da condurre in questo campo, ma possiamo comunque individuare tre aspetti importanti: predisposizione genetica, stile di vita, alimentazione. Inoltre, le malattie infiammatorie intestinali, come la colite ulcerosa e il morbo di Crohn, specialmente se non controllate dalla terapia, conferiscono un maggior rischio di sviluppare un cancro del colon. Il cancro del colon-retto è da considerare quindi una malattia caratterizzata da una suscettibilità genetica, su cui incide una serie di fattori ambientali. Circa un 5-10% dei tumori sono tuttavia di origine esclusivamente genetica, da ricondurre a due sindromi: la poliposi adenomatosa, nella sua forma sia autosomica dominante sia recessiva, e la sindrome di Lynch.
Per quanto riguarda lo stile di vita, come è ben noto, i fattori che predispongono allo sviluppo del cancro del colon sono la sedentarietà, l’obesità, l’eccessivo introito calorico e, forse, anche il fumo di sigaretta. Nell’ambito della dieta, sono due i fattori favorenti: un’alimentazione ricca di carni rosse e di grassi e l’assunzione di cereali raffinati a elevato indice calorico, ricchi di zuccheri semplici.

Con quali regole di comportamento si possono ridurre i rischi?
L’assunzione di fibre, e quindi il consumo di verdure e frutta, è senz’altro un fattore protettivo: per quanto riguarda la frutta non vi è certezza sul ruolo delle fibre, poiché probabilmente la frutta ha un effetto protettivo non tanto per queste ma per gli anticancerogeni naturali, come flavonoidi e polifenoli, che contiene.
A proposito di anticancerogeni, alcune ricerche hanno dimostrato che l’assunzione di aspirina a piccole dosi svolge un ruolo protettivo nei confronti dello sviluppo del cancro del colon e ciò si è visto con chiarezza nei tumori del colon ereditari, sia nelle forme poliposiche che in quelle non poliposiche.

Che importanza ha la diagnosi precoce nell’incremento della sopravvivenza?
Una diagnosi precoce si ha quando il tumore è limitato alla parte del colon o del retto, non presenta un’estesa infiltrazione extra-parietale e non ha prodotto metastasi a distanza. Considerando che la sopravvivenza globale a 5 anni è di circa il 60%, mentre per i pazienti con tumori metastatici è inferiore al 5%, è evidente quanto la tardività della diagnosi sia un elemento cruciale nella prognosi e quanto sia importante effettuare uno screening.

Per quali fasce di popolazione è indicato lo screening?
Lo screening è una metodologia che interessa ampi settori di popolazione asintomatica e che lo Stato italiano ha introdotto per quattro patologie neoplastiche ad ampia diffusione: il cancro della mammella, della cervice uterina, della prostata e del colon-retto. Per il cancro colorettale gli strumenti sono l’endoscopia e la ricerca del sangue occulto nelle feci, che va eseguita ogni 1-2 anni e deve essere associata alla colonscopia ogni 10 anni.
Lo screening ha l’obiettivo di ridurre la mortalità correlata al cancro attraverso l’individuazione di neoplasie iniziali o di precancerosi, come i polipi. Nel cancro del colon-retto la popolazione può essere suddivisa in 3 fasce di rischio. Soggetti con rischio generico, cioè tutti coloro che hanno superato i 50 anni; soggetti a rischio intermedio, cioè i soggetti con più di 50 anni e con familiarità per il tumore del colon o per altri tumori correlati, oppure i pazienti affetti da almeno 10 anni da malattia infiammatoria intestinale attiva; rischio elevato, quando è riconoscibile una possibile malattia genetica nell’ambito familiare.
Per i soggetti a rischio generico lo screening s’inizia dopo i 50 anni, nella fascia a rischio intermedio gli esami si cominciano ad effettuare 5-10 anni prima dell’età in cui è stata effettuata la diagnosi di cancro del colon nel familiare di primo grado affetto (“caso indice”); infine, coloro che presentano un rischio elevato, ovvero quel 5-10% di casi di origine genetica, deve iniziare a sottoporsi allo screening molto precocemente, anche prima dei 15 anni.

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