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Sclerosi multipla, Zamboni e i social network

paolo zamboniNegli ultimi giorni la stampa italiana ed internazionale ha dedicato ampio spazio ad un articolo pubblicato sulla prestigiosa rivista americana Nature, scritto da alcuni medici canadesi per commentare quanto sta avvenendo nei social network in merito alla scoperta del prof. Paolo Zamboni sulla correlazione tra la CCSVI (acronimo inglese di insufficienza venosa cronica cerebro spinale) e la sclerosi multipla, patologia gravemente invalidante che colpisce soprattutto giovani tra i 20 e i 40 anni con maggiore incidenza tra le donne (2 a 1 rispetto agli uomini).

L’articolo pur partendo da un fatto reale e dal mio punto di vista altamente positivo, dove i social network hanno assunto una funzione attiva per la diffusione veloce delle informazioni, si legge purtroppo una specie di bla bla bla pieno di pregiudizi verso questo studio con una lettura dei dati a senso unico tutta tesa a cercare in qualche modo di smontare la ricerca del prof. Zamboni, quasi a dimostrare come gli inernauti siano degli ingenui a credere a tutto ciò che leggono.

Purtroppo i medici canadesi autori dell’articolo hanno perso invece una bella occasione per fare un’analisi seria ed imparziale di quanto stia avvenendo, per capire ad esempio come mai le Associazioni Sclerosi Multipla di tutto il mondo abbiano, metaforicamente parlando, cercato di nascondere per molto tempo questi studi che sono partiti da molto lontano in termini temporali, nonostante la crescente richiesta d’informazioni dei malati per una patologia che rovina la vita di persone giovani, nel pieno della loro vita sociale e lavorativa.

La ricerca sulla CCSVI procede comunque a passi da gigante in tutto il mondo e non sarà certo un articoletto a bloccare gli studi e le speranze. Arthur Schopenhauer, filosofo tedesco che tutti conosciamo scrisse molto tempo fa: “La verità passa per tre gradini: prima viene derisa e ridicolizzata, poi viene ferocemente contrastata, infine viene accettata come palese ovvietà”. Che abbia avuto ragione anche per questo caso?

Articolo a cura di Alessandro Rasman

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