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I rischi poco conosciuti della mastoplastica: intervista a Chirurgia Estetica SALUS

mastoplastica rischiTutti sanno che la mastoplastica additiva è l’intervento chirurgico volto ad aumentare e a modellare il volume del seno mediante l’inserimento di protesi. Anche se si tratta di un intervento talmente rodato da poter essere definito “di routine”, pur sempre di un intervento chirurgico si tratta, con tutti i rischi e le complicanze del caso.
Il percorso chirurgico non è sempre lo stesso, così come non esiste donna uguale a un’altra. Le tecniche utilizzate, il tipo d’anestesia, i tempi di recupero e la rimozione dei punti sono dipendenti dal singolo caso. Il metodo scelto dal chirurgo per il posizionamento delle protesi varia in funzione dell’anatomia della paziente: l’incisione può essere effettuata nel cavo ascellare, oppure intorno all’aureola, oppure nel solco sottomammario; inoltre, la protesi può essere introdotta con incisione sottoghiandolare o sottomuscolare. Ma, al di là della scelta della procedura chirurgica più idonea, esistono dei margini di rischio che non sono in alcun modo legati all’imperizia del chirurgo, quanto piuttosto all’utilizzo delle protesi stesse. Infatti, per quanto ormai tecnologicamente avanzatissime, sono pur sempre corpi estranei al nostro organismo, e come tali, a rischio di rigetto.

Approfondiamo insieme l’argomento con Chirurgia Estetica SALUS, che basandosi sull’esperienza dei rinomati chirurghi argentini, trai più bravi e preparati del mondo, ci spiegherà ciò che solitamente i chirurghi non vogliono mai raccontare: ovvero, quali rischi si corrono realmente, e come arginarli.

Cosa sono esattamente queste protesi, e di che sono fatte?
Dalla loro nascita nel 1963 ad oggi, la costituzione di base delle protesi mammarie è rimasta quasi invariata: si tratta di un involucro di elastamero di silicone racchiudente un contenuto di natura variabile (ovvero, gel di silicone nella stragrande maggiornaza dei casi, ma anche soluzione fisiologica o idrogel).
Nel corso degli anni sono stati sperimentati e commercializzati diversi materiali di riempimento, ma l’involucro è rimasto sostanzialmente invariato, anche se sono notevolmente migliorate le caratteristiche di sicurezza. Dalla prima generazione di impianti (quelli commercializzati tra il 1963 e il 1967) con involucro spesso e superficie liscia, siamo passati a quelli di seconda generazione  con involucro sottile e superficie liscia, e infine a quelli odierni caratterizzati da involucro spesso e superifice testurizzata.
Le protesi da sempre più utilizzate in Europa sono quelle in gel di silicone, che dal punto di vista estetico hanno un risultato superiore. Buoni risultati si ottengono anche con le protesi riempite con soluzione fisiologica, ma se le protesi vengono riempite ai limiti superiori della loro capacità la consistenza è più rigida, mentre se vengono riempite ai limiti inferiori esiste un aumentato rischio di rottura. L’introduzione sul mercato, negli ultimi anni, di protesi anatomiche con gel coesivo in un’ampia gamma di dimensioni ha ulteriormente migliorato le prestazioni: la rottura dell’impianto non provoca più la dispersione del contenuto all’interno della capsula o, peggio ancora, all’esterno di essa.

Rotture, contratture e similari: ma si rischia veramente?
Sfrondiamo innanzitutto il campo da alcune vere e proprie leggende metropolitane:  non è vero che le protesi scoppiano in aereo, o che provochino il cancro, o che impediscano l’allattamento (non più, almeno). Gli studi principali hanno escluso ogni possibilità di rischi legati all’allattamento al seno materno. L’interferenza con la mammografia invece esiste, ed è maggiore quando la protesi viene collocata in sede sottoghiandolare. La mammografia deve pertanto essere effettuata da un radiologo informato del problema con delle proiezioni particolari.
Una volta sgombrato il campo dai falsi miti, rimane comunque il fatto che l’elenco delle complicanze è cospicuo. Mentre quelle a breve termine sono generiche per qualsiasi tipo di intervento chirurgico (rischio di infezioni oppure accumuli di sangue o siero nei tessuti, che possono essere evitati applicando dei banali drenaggi nelle prime 24/48 h), vorrei qui soffermarmi in particolare sulle complicanze a lungo termine, che invece sono specificatamente legate all’utilizzo delle protesi.
Al di là del caso limite della rottura dell’impianto per un evento traumatico (in seguito ad un incidente, ad esempio), il principale problema rimane il fatto che una protesi, anche della migliore qualità, rimane pur sempre un corpo estraneo, e come tale soggetto alla possibilità di essere rigettato dall’organismo: questo è ciò che accade, in sostanza, quando si verifica una contrattura capsulare.  La contrattura capsulare è il risultato di una reazione da corpo estraneo. Quando è grave può provocare dolore e mal posizionamento dell’impianto; si rendono quindi necessari interventi locali (rottura manuale della capsula) o generali per la sua totale o parziale asportazione, e la sostituzione della protesi. Nei casi meno gravi, invece, ci si può perfino convivere senza esserne consapevoli: uno studio ha dimostrato che l’85% delle donne di un gruppo sottoposto a mastoplastica additiva erano soddisfatte del risultato, anche se ben il 35% di esse mostrava segni di contrattura elevati.

C’è qualcosa che  i chirurghi plastici non dicono quasi mai prima degli interventi?
Sì.  Statisticamente, la frequenza di contrattura capsulare del 41-56% per gli impianti a superficie liscia, e di circa il 10% per quelli a superficie testurizzata. La conseguenza ovvia è quindi che le protesi testurizzate, oggi le più largamente utilizzate, sono preferibili alle lisce. La contrattura capsulare è inoltre maggiore quando l’impianto è in posizione retroghiandolare. Mentor e McGhan  sono le case produttrici i cui impianti hanno evidenziato una minore percentuale di contrattura capsulare; tuttavia  è importante sottolineare che la possibilità esiste, ed è  stimabile nell’ordine del 9% dei casi.
Al rischio di contrattura occorre poi aggiungere la possibilità (remota ma non troppo) di una rottura delle protesi per urto accidentale. Non è possibile conoscere precisamente l’incidenza della rottura degli impianti, tuttavia alcuni studi recenti hanno cercato di correlare la generazione degli impianti alla frequenza di rottura, riportando pochi casi per la prima generazione (1963-1972), il 95% per quelli di seconda (1972-metà anni ’80) e del 3.2% per gli impianti a partire dal 1992.
In sintesi: mettendo insieme le percentuali di rischio di contrattura e di rottura dell’impianto, la conclusione cui si giunge è che una donna su otto sottoposta a mastoplastica additiva rischia concretamente di andare incontro a complicanze a lungo termine che renderanno necessario un nuovo intervento entro cinque anni dall’intervento iniziale.

Ma le protesi quindi “scadono”?
Le protesi di migliore qualità sono oggi garantite praticamente a vita. Tuttavia, non è possible negare che esiste un certo margine di deterioramento della protesi nel tempo, in concomitanza ad un inevitabile declino fisiologico del seno stesso, e al cedimento dei tessuti per l’età. In altre parole, dal momento che la vita media delle protesi non è di fatto illimitata (anche se sulla carta vengono dichiarate come eterne), la prospettiva di dover nuovamente intervenire a lungo termine rimane una fondata possibilità. Inoltre, le pazienti che hanno scelto di impiantare protesi di volume importante, e che si avvicinano al loro terzo o quarto decennio di vita, devono anche mettere in conto la probabilità di rioperarsi per “risollevare” il loro nuovo décolleté, mediante un intervento di lifting al seno noto come mastopessi.
Negli studi effettuati dalla McGhan e dalla Mentor, si è registratata la necessità di ricorrere ad una mastopessi entro tre anni dall’intervento di mastoplastica additiva retroghiandolare rispettivamente nel 7% e 6% delle pazienti operate. Ecco perché la selezione ragionata dell’impianto secondo le caratteristiche anatomiche è cruciale, in quanto  permette di controllare meglio il risultato a breve e lungo termine. Prima di effettuare l’intervento, il chirurgo plastico deve effettuare una valutazione qualitativa e quantitativa dei tessuti e della conformazione della gabbia toracica, e solo in base a questo decide infine la forma, il volume e le dimensioni dell’impianto. In sostanza, non può essere accontentata una paziente magra e longilinea che desidera passare improvvisamente da una prima misura ad una quinta: l’utilizzo di impianti di dimensioni maggiori rispetto alle caratteristiche anatomiche individuali predispone ad un maggior numero di complicanze a lungo termine, e a un risultato estetico insoddisfacente.

Come scegliere allora la protesi “giusta”?
La risposta è già parzialmente contenuta in quanto abbiamo detto sopra. La verità è che, di fatto, non è la paziente a scegliere, ma il chirurgo, talvolta anche rischiando di deludere le aspettative della paziente stessa. Un bravo professionista deve saper mediare tra ciò che gli viene richiesto e ciò che è invece opportuno fare, e all’occorrenza deve saper dire di no. Di fatto, la protesi “giusta” è quella che si adatta alla speciale fisionomia della paziente. La scelta corretta dell’impianto è solo quella che ci darà un risultato più naturale possible, e che rispetterà l’equilibrio di tutto il nostro corpo.

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