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Psoriasi in inverno: le considerazioni del Prof. Antonio Costanzo

psoriasi invernoIn questi giorni è in corso a Vienna il Summit Europeo sulle Malattie della Pelle, da cui emergono importanti notizie sulla psoriasi.

Il periodo invernale è il peggiore per chi soffre di psoriasi: lo stress da lavoro ma anche gli eccessi alimentari tipici del periodo natalizio sono tutti elementi che attivano i processi infiammatori in circolo nel corpo, causando quindi un peggioramento della sintomatologia e rendendo più aggressiva la psoriasi” – afferma il Prof. Antonio Costanzo, Responsabile di Unità Operativa Dermatologia – Istituto Humanitas di Milano e membro del consiglio direttivo della Società Scientifica SiDeMastNel periodo invernale infatti, gli studi dei dermatologi sono molto più affollati che non nel periodo primaverile ed estivo in cui, chi soffre di psoriasi beneficia anche degli effetti positivi dei raggi solari”.

Infatti, se la psoriasi (da non confondere con la dermatite seborroica) diventa più aggressiva nel periodo invernale, non è solo colpa dello stress e di un’alimentazione disordinata: aria secca, abbassamento dei livelli di esposizione alla luce solare e più alta incidenza di sindromi infettive possono essere anche questi fattori di un peggioramento della malattia.

Non è solo una questione di giornate “più corte”, ma la maggior parte delle persone in inverno tende a passare meno tempo all’aria aperta e con una maggiore copertura. Tutto ciò si traduce in un minor contatto con i raggi solari che, come sappiamo, per la maggior parte dei pazienti affetti da psoriasi hanno effetti benefici. Inoltre la scarsa umidità dell’aria e l’utilizzo, negli ambienti chiusi, di impianti di riscaldamento possono contribuire ad accrescere i problemi di secchezza della cute oltre che favorire la circolazione di virus influenzali.

La buona notizia è che “siamo arrivati ad un livello di efficacia altissimo e mantenuto nel tempo” commenta il Prof. Antonio Costanzo.

Infatti i dati di ECLIPSE, studio multicentrico, randomizzato, in doppio cieco, dimostrano che l’84,5% dei pazienti trattati con guselkumab ha ottenuto a 48 settimane un miglioramento di almeno il 90% del punteggio al basale, rispetto al 70,0% dei pazienti trattati con secukinumab (p<0,001).

Questi dati mostrano come siamo arrivati a un tale avanzamento dell’armamentario terapeutico da avere a disposizione terapie biologiche in grado di mantenere il risultato di pulizia della pelle nel tempo, in questo caso specifico guselkumab ancora più a lungo del secukinumab, e cosa altrettanto importante avendo un profilo di sicurezza molto elevato”.



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