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No-Triv: referendum abrogativo il 17 aprile. No del governo all’election day

no-triv referendumL’ambiente è un argomento che riguarda tutti, non ci stancheremo mai di dirlo. La nostra salute, come quella della natura, dipende dalla qualità della vita che conduciamo e sempre più spesso l’inquinamento e i cambiamenti climatici bussano alla nostra porta, domandandoci il conto delle nostre scelte. Non ne è esente il nostro mare, meraviglioso specchio d’acqua che abbraccia la terra ferma, anch’esso in pericolo anche a causa delle trivellazioni. Queste ultime non hanno un impatto negativo solo sulla bellezza del mare, ma anche sulle economie che ci gravitano attorno, pensiamo alla pesca e al turismo.

Il consiglio dei ministri ha fissato la data per il referendum sulle trivellazioni. Si tratta del 17 aprile, quel giorno gli italiani saranno chiamati ad esprimersi se abrogare la norma che consente alle compagnie petrolifere o per l’estrazione di gas di godere delle concessioni fino all’esaurimento dei giacimenti. Quindi niente election day, ossia niente tornata unica di votazioni, in coincidenza con le elezioni amministrative di giugno, quando si andrà al voto in città come Roma, Milano, Napoli, Torino e Bologna.
Una scelta molto discussa e discutibile quella del premier Matteo Renzi, dietro la quale si ipotizza una tattica ben precisa, quella di impedire di raggiungere il quorum, necessario per l’abrogazione. Poco tempo per la campagna informativa e due date invece che una sola favorirebbero urne semi-vuote, ormai una consuetudine nelle consultazioni elettorali degli ultimi anni in Italia.

Una vittoria dei “sì” rappresenterebbe una sterzata verso un futuro fossil-free, uno sviluppo sostenibile e di conseguenza una sonora sconfitta per la lobby dell’estrazione di idrocarburi off-shore.
L’accorpamento con le votazioni nelle maggiori città italiane, chiesto dalle Regioni, dalle associazioni ambientaliste e dai militanti “No Triv”, avrebbe fatto inoltre risparmiare parecchi soldi pubblici, oltre 300 milioni di euro. A fronte di ciò è ancora più incomprensibile questa scelta.
Le polemiche e i paradossi non finiscono qui, perché nonostante viviamo in un paese con la memoria corta, qualcuno si ricorda ancora che nel 2011, quando al governo c’era Berlusconi, Dario Franceschini, all’epoca capogruppo di un PD all’opposizione, oggi Ministro dei Beni Culturali, insorgeva contro la decisione del governo, reo di aver detto no all’election day per il referendum su nucleare, acqua pubblica e legittimo impedimento (12 giugno) e per le Amministrative (15 e 29 maggio) solo per boicottarne il quorum.
Franceschini presentò allora una mozione volta ad accorpare la data del referendum con quella delle amministrative: “Il no all’election day significa buttare dalla finestra 300 milioni di euro, unicamente per impedire che il referendum raggiunga il quorum”.

Ed ora? Auspichiamo che prevalgano coerenza e decoro. L’ultima parola al Presidente Sergio Mattarella.

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