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I colori relativi: curiosità dal mondo

colori relativismoContinuiamo il nostro viaggio nell’universo dei colori, esplorando bianco nero e marrone e approfondendo come il relativismo vale anche per il colore.
Il nero é mistero, ignoto, come la materia indistinta delle origini, il buco nero, un po’ funereo, è relegato spesso alla trasgressione, al male. E’ un colore semplice, netto, ma anche molto elegante. Il bianco ispira leggerezza, purezza, castità, libertà. E’ considerato un colore pulito, candido. Nel packaging degli alimenti il bianco é molto usato per rappresentare il cibo che sta all’interno: sale, zucchero, latte, formaggi. Molto usato nei alimenti light, il bianco viene quasi del tutto evitato per cibi di sostanza essendo un colore che suggerisce qualcosa senza sapore, privo di condimenti.
Marrone é il colore della terra ed é genuino, semplice, rustico, ma anche forte e un po’ rozzo. Rappresenta la lentezza, ma anche il comfort e la stabilità. Il packaging marrone é pacato, solido e trasmette le caratteristiche di un prodotto tradizionale. Nella tonalità tendente al rosso preannuncia un cibo avvolgente, caldo e piacevole; in quelle più fredde invece é per un prodotto austero, umile.
E’ usato spesso proprio per i prodotti alimentari perché é un colore corposo che esprime gusto e sostanza, nella tonalità più chiara richiama il colore della farina e dà l’idea di fatto in casa.
Fino ad ora abbiamo considerato i colori principali e cosa trasmettono secondo la nostra cultura, ma il relativismo culturale riguarda anche loro.
Lo spettro teorizzato da Isaac Newton non è lo stesso in Pianura Padana o in Alaska: cambia il modo di rappresentarlo. In italiano, inglese e francese di norma c’è una sola parola per indicare la neve. Ma c’è chi ne possiede diversi, gli eschimesi ad esempio hanno quattro parole differenti per indicare la neve, quella che cade, quella per terra, quella di trasporto,…
I giapponesi hanno i nostri sette colori fondamentali, ma cambia la linea di separazione tra l’uno e l’altro e non corrispondono ai nostri giallo, verde, arancione. Il loro rosso è per noi arancio, mentre in India il rosso, che noi associamo alla passione, riconduce alla purezza. Il bianco, che in Occidente ha un significato positivo di verginità, correlato a persone senza peccato, in Oriente è associabile alla morte ed al lutto. Nelle tribù Masai del Kenya e della Tanzania, il nero è associato alle nuvole che portano la pioggia, quindi per loro è simbolo di vita e prosperità.
Il verde in Cina ha un valore negativo, richiama all’esorcismo e all’adulterio, diversamente dall’Occidente dove viene visto come simbolo di rinascita e di primavera. Gli Hanunòo, popolazione delle Filippine, divide i colori in 4 tipi, scuro, chiaro, secco, vivo, perché essi usano come riferimento le piante, la vegetazione che cambia nelle stagioni, da secca (dal marrone al giallo) a fresca (verde) e così via.
Paese che vai, usanza che trovi. L’idea dei colori quindi non è una categoria a priori della mente, lo spettro dei colori è continuo, ma ogni cultura ha parole discrete per denominarli che obbediscono al sistema di valori e tradizioni o all’ambiente che circonda quel paese. Dipende, da che punto guardi il mondo tutto dipende, canta Jarabe de Palo.
Il relativismo riguarda anche la categoria del tempo. Quando il Mediterraneo era il centro del mondo dominavano le porpore. Nel Medioevo il mondo teologico era diviso sul colore: per San Bernardo di Chiaravalle i colori ricchi e seducenti erano un lusso inutile, nelle chiese cistercensi il colore era bandito in quanto distoglieva i sensi e la mente dalla comunione con Dio, al contrario quelle dei francescani e dei clunicensi brillavano di colori vivi.
Nel Rinascimento si prediligevano tinte pastello, armonizzate dalla luce esterna e diffusa. Torna l’ombra nel XVI sec. ad ottembrare ragione e coscienze, per schiarirsi due secoli dopo con la scoperta del candeggio al cloro nella Francia neoclassica e napoleonica.
Il secolo borghese si è tinto del grigio delle ciminiere e dei fumi che avvolgevano le neonate città industriali. Il Novecento si è fatto notare per la presenza di tinte artificiali, metalliche, al neon e del video. Nel 2000 i colori sono diventati virtuali e mutevoli, grazie anche ai softare che rendono possibili tinte immateriali. Insomma i colori hanno tante storie da raccontare.

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