in Salute

Chirurgia sicura: le possibilità della “chirurgia senza sangue”

chirurgia sicuraOgni anno in Italia si eseguono più di 4 milioni di interventi chirurgici (tra quelli programmati e di emergenza) e ogni italiano ha circa il 70% di probabilità di essere operato almeno una volta nella vita. La chirurgia definita ‘maggiore’ è quella che pone più ampi rischi intra operatori e nelle prime 24 ore successive all’ intervento, spesso appannaggio di una popolazione giovane adulta (tra i 25 e i 50 anni).

“In chirurgia insegniamo che l’emorragia durante o dopo l’intervento è il nostro più temibile avversario” spiega il professor Piero Chirletti, Ordinario di Chirurgia Generale alla Sapienza Università di Roma e Presidente SICUT “e che una perdita di sangue superiore a 800 cc determina un rischio esponenziale di mortalità del paziente. Tradizionalmente in questi e altri casi si ricorre alla trasfusione ma la scarsità delle scorte (i donatori diminuiscono del 6% l’anno a fronte di una crescita del 3,5% nella richiesta), il rischio di infezioni e il costo hanno fatto si che venissero sviluppate strategie di ‘buon uso del sangue’. Una parte dei metodi fanno capo alle procedure pre-operatorie mentre il resto si esegue in sala operatoria. Tra queste si parla di tecniche di “chirurgia senza sangue”, che vanno dall’uso di bisturi a ultrasuoni e ad Argon, sino all’ultilizzo di dispositivi medici, matrici emostatiche, adesivi tissutali a base di collageno, colle di fibrina e sigillanti biocompatibili”. In chirurgia d’urgenza inoltre l’approccio è sempre più conservativo “prima anche la più piccola lesione della milza portava all’asportazione dell’organo, ma l’uso delle colle ha ridotto questo evento del 95% migliorando la qualità di vita dei pazienti” continua Chirletti.

Un approccio mutuato dall’esercito americano chiamato Damage Control Surgery: “negli interventi al fegato spesso si verificano emorragie massive, ma si può ‘impacchettare’ saldamente l’organo in modo che si ristabilisca l’equilibrio emodinamico per intervenire il giorno successivo. Nel 90% dei casi è possibile evitare le trasfusioni”. Oltre alla riduzione delle emorragie, le tecniche ‘senza sangue’ permettono di diminuire la durata dell’intervento, ridurre il dolore e la quantità di farmaci, limitare la degenza in Terapia Intensiva e abbreviare i tempi di ricovero con un risparmio notevole in termini economici. Su circa 4 milioni di interventi chirurgici eseguiti in Italia in un anno, si stima che circa il 10 per cento si avvalgono di tecniche’bloodless’, percentuale che potrebbe essere incrementata al 30 per cento.

“Gli interventi eseguiti con le tecniche ‘bloodless’ – spiega ancora Chirletti – costano il 25 per cento in meno rispetto a quelli eseguiti con le tecniche tradizionali. Inoltre, si riduce di circa il 50 per cento il tempo di recupero del paziente e il periodo di degenza in ospedale”. Dati estratti dal Sistema trasfusionale italiano relativi al 2008-2009 mostrano come in Italia ogni anno vengano utilizzate 2 milioni e mezzo di sacche di sangue per le trasfusioni. “Nel 2011 i dati
del Centro trasfusionale del Policlinico Umberto I di Roma hanno registrato, solamente perl’utilizzo in chirurgia, l’uso di 7.300 sacche di sangue di emazie, di oltre 5.000 di plasma e di oltre 700 di piastrine”, conclude il chirurgo.

In Italia Baxter, impegnata nel supportare la formazione dei giovani chirurghi e la realizzazione di linee guida per il trattamento chirurgico di pazienti con problemi di coagulazione, auspica che in un futuro ci possa essere anche una certificazione dei Centri dove questa chirurgia viene eseguita di routine.

Come spiega il Professor Carlo Caruso, Direttore Dipartimento delle Bioscienze di Roma – Tecnopolo di Castel Romano: “è fondamentale l’insegnamento delle best practice fin dai primissimi anni della specializzazione. In particolare ci stiamo concentrando sui pazienti con problemi di coagulazione per limitare il rischio intra/post operatorio. Un recente articolo pubblicato sul World Journal of Surgery ha definito lo standard per la formazione
sull’esecuzione di alcuni tipi di interventi chirurgici”.
Anche il cittadino ha un suo ruolo: “Sappiamo che i pazienti che vengono coinvolti nelle decisioni che li riguardano sono più aderenti alle terapie prescritte e guariscono prima” afferma il Dottor Rodolfo Vincenti, Past-President ACOI e Membro del Comitato Esecutivo della Fondazione Chirurgo-Cittadino “Eppure il rapporto con i pazienti al momento è demandato alla buona volontà dei singoli, tanto che non esiste un momento di dialogo previsto nel ‘carichi di lavoro’ delle strutture ospedaliere. La condivisione del trattamento dovrebbe essere un percorso codificato e previsto, mentre attualmente il lavoro in ospedale è legato principalmente all’esecuzione.

“Anche il modulo di ‘consenso informato’ – aggiunge Giuseppe Scaramuzza, vice presidente di Cittadinanzattiva – è uno standard che ad oggi ancora non tiene conto delle diverse realtà socioculturali dei pazienti che possono essere poco alfabetizzati, anziani o stranieri. Un maggior dialogo tra medico e paziente e una corretta informazione hanno un ruolo fondamentale anche nel buon esito dell’intervento chirurgico e nel decorso post operatorio”.

Add a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *