in Psicologia

Ansia da poltrona: la paura del dentista

paura dentistaSecondo recenti studi oltre il 60% delle persone percepisce uno stato di lieve ansia quando deve affrontare cure dentarie, il 26% ha sintomi specifici e il 10% mostra una vera fobia. L’ansia cosiddetta ‘da poltrona’ è una condizione estremamente comune che si manifesta con sintomi fisici e psicologici: tremori, accelerazione cardiaca, sudorazione, capogiri, vertigini sino allo svenimento  e all’evitamento.

In realtà come spiega il Dottor Daniele Benedetti Forastieri, Specialista in Odontoiatria a Senigallia, la paura del sangue e degli strumenti percepiti come offensivi (taglienti, a punta, aghi) è un sentimento primordiale. Inoltre il dentista agisce nella bocca, che è considerata una zona sensibile e psicologicamente ‘intima’. “La manifestazione più evidente sono i comportamenti di fuga, l’allontanamento dall’operatore, l’irrequietezza. La maggior parte delle persone ansiose, il 25%, rimanda o evita completamente il momento delle cure, questo determina situazioni risulta molto compromesse, che prevedono maggior dispendio di tempo e di denaro. Qui abbiamo adottato protocolli semplici ma efficaci per aiutare le persone a farsi curare”.

“Un paziente ansioso ha bisogno di una serie di attenzioni che devono essere attuate già dal momento in cui entra in sala d’attesa – spiega il Dottor Benedetti Forastieri – È necessaria una accoglienza in qualche modo “dedicata”, a cominciare dalla segretaria che costituisce generalmente il primo viso attraverso il quale avviene il contatto. Questo paziente deve trovare un ambiente sereno, possibilmente in assoluta assenza dei tipici rumori ed odori degli ambulatori dentistici, bisogna cercare di non farlo attendere un minuto oltre l’orario convenuto, deve essere accompagnato dal professionista che lo segue senza fretta e con una misurata cordialità. L’ideale è poter dedicare a questi individui un tempo sufficiente ma ben determinato in occasione della prima visita; il paziente ansioso fatica ad accettare una posizione durante la visita, tende a non appoggiare la testa sul poggiatesta, a tenere le gambe tese e rigide e spesso non apre a sufficienza la bocca”. Come affrontare queste situazioni? Prima va cercato un canale di comunicazione, poi bisogna decidere se proporre direttamente l’uso del protossido d’azoto e/o di farmaci specifici. Paradossalmente il paziente soffre l’idea di non avere il controllo completo di sé e ha terrore del dolore fisico.

Eseguita la visita si può ricorrere a testare i valori ( titolazione ) ai quali il protossido di azoto è efficace; durante questa fase, che va eseguita disgiunta dalla seduta operativa vera e propria bisogna parlare con il paziente e riuscire a farlo rilassare. Se tutto funziona spesso il paziente imputa al tono della voce, alla lentezza del dialogo comunque ad azioni del medico più che del protossido stesso la sensazione di benessere. Una volta che la terapia viene iniziata bisogna cercare di concentrare gli appuntamenti in quanto la memoria recente di aver affrontato una seduta è un buon rinforzo per quella successiva. Talvolta la situazione prende rapidamente una buona strada, tal altra no. In questo caso è possibile ricorrere alla collaborazione di un anestesista per una sedazione farmacologica, senza addormentarlo del tutto ma che permette di eliminare l’ansia e altera la percezione del tempo in modo che un trattamento di ore sia percepito dal paziente come di pochi minuti.

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